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- Le "Attualità" della
Mailing List
- Pubblicata 19 novembre 2001
della violenza genetica
Sen. Maurizio Calvi
trentaottobreduemilauno
1.
La storia è ubriaca di morte. La violenza torna, come una marea, a invadere il
terreno (ideale e pratico) dal quale sembrava ritirarsi.[1]
Ma è mai scomparsa?
Cè mai stato un momento, un solo momento nella storia dellumanità in cui sia
totalmente scomparsa la violenza provocata e subita?
Limmagine della marea cillude e ci delude. Ci lascia credere in unepoca
di secche, in cui le coste della pace emergono e il mondo prosegue senza conflitti,
serenamente. Invece non è mai stato così. La violenza è forse lunico filo rosso
che congiunge tutte le epoche storiche.
Ed oltre.
La violenza è esorbitante, trabocca, esce dalla storia per invadere la cronaca, la vita
quotidiana e la nostra apparente normalità. La violenza è incontenibile e mimetica, sa
nascondersi, occultarsi, adattarsi allhabitat e trasformarsi da fisica a
psicologica, da etnica a culturale, da tecnologica a tecnica, da gerarchica a
professionale.
Non potendo classificare le multiformi espressioni di un fenomeno così arcaico ed
evolutivo, JeanClaude Chesnais nel tracciare la sua storia della violenza distingue
3 macro categorie (privata, collettiva e retorica) e 3 sole tipologie (il crimine, il
suicidio e lincidente)[2].
Resta il fatto, comunque classificata, che la violenza ha avuto una sua continuità
storica, una regolarità di applicazione che nessun altro agente sociale o politico ha mai
dimostrato in un così lungo periodo.
2.
Nel corso dei secoli, dunque, ci siamo trasportati, questo lato oscuro
dellumanità, che ci ha fatto di volta in volta vittime e artefice di un crimine o
di ogni altra forma di sopruso.
Perché?
Cera davvero un motivo affinché la nostra vita privata e collettiva fosse
caratterizzata, e per molti versi dominata, dalla violenza?
Secondo Wolfang Sofsky[3] no: la violenza non ha mai un motivo particolare. Ogni
spiegazione sulle sue cause e, ancor di più, sulle sue giustificazioni, è sempre
generica e, per forza di cose, equivoca. Quindi sarebbe molto più efficace studiarne in
modo analitico il processo, i rituali, il potere politico e il ruolo sociale.
Tuttavia non necessariamente ciò che è più facile è anche più opportuno; e non è
detto che ciò che è più facile e più opportuno sia anche più efficace.
In politica almeno questa assonanza non cè. Il male come diceva Hannah
Arendt può essere banale, ma non immotivato. Nel caso della violenza politica il
presupposto di Sofsky è sbagliato; perché in politica la violenza ha sempre una causa e
dunque una sua profonda motivazione. Altrimenti non sarebbe durata così a lungo nel
tempo.
Oggi, nella storia del mondo, lunica certezza che abbiamo è che la violenza è
sempre stata utilizzata, sotto forma di dominio e di controllo, sottoforma di potere
fisico, tangibile, sul corpo dei cittadini. Il potere politico è stato da molti percepito
come organizzazione della violenza come strumento di oppressione dei dominanti
sui dominati. O viceversa, spesso si è considerata la funzione genetica della violenza
come tecnica di produzione di una qualsiasi forma di potere politico. A chi osserva
lavvicendarsi delle epoche, la guerra si presenta come attività degli Stati che fa
parte della loro essenza[4]. A suo modo, cioè con una propria estrema metodologia,
la violenza ha generato organizzazioni di rappresentanza politica nella forma degli Stati.
3.
In questi giorni di terrore proclamato e urlato dai mezzi di comunicazione di massa, il
volto demoniaco della violenza umana, la violenza programmata degli esseri umani così
diversa da quella istintiva delle bestie, riappare nel quotidiano incubo delle nostre
società complesse. Noi alimentiamo le nostre stesse paure con un condizionamento
comunicativo autoreferenziale. La paura della paura produce paura. Per arginare la
violenza politica abbiamo bisogno di eserciti che producono altra violenza politica.
E mi sono chiesto, stabilita la funzione genetica della violenza nelle organizzazioni
politiche internazionali, a quale obiettivo mirassero davvero i terroristi quando hanno
puntato le Torri Gemelle di New York. Quale organizzazione politica ed anche istituzionale
di nuovo tipo vogliono generare i vertici del fondamentalismo islamico con questo attacco
terroristico? Perché proprio ora e perché in modo così diretto? Qualè il vero
progetto politico che la violenza applicata vuole generare?
In termini strategici lapplicazione della violenza terroristica ai processi politici
internazionale è una costante del Medio Oriente. Perfino lOLP ha assunto una sua
legittimazione internazionale, indipendentemente dalle sue ragioni storiche, dopo che i
militanti palestinesi avevano ottenuto la visibilità e, per certi versi, la ribalta
internazionali con azioni terroristiche mirate. È quindi plausibile ritenere, al di là
dei proclami religiosi, che i fondamentalisti di Bin Laden vogliano dar vita, tramite
lazione terroristica violenta eclatante, ad una organizzazione delle relazioni
internazionali di nuovo tipo. È plausibile ritenere che Loro, contro ogni forma di
indistinta standardizzazione capitalistica, abbiano interesse a ricostruire un sistema
bipolare, con la nazione islamica sostituita del blocco sovietico. In questo modo, la
cleavages del mondo moderno, cioè la linea di demarcazione tra gli opposti che stabilisce
chi sta di qua e chi sta di là, tornerebbe ad essere quella etico-religiosa: un blocco
ideologico contrapposto ad un blocco laico. La violenza torna ad esercitare, dunque, la
sua funzione genetica delle organizzazioni politiche, cementa i fronti e rialza i confini
entro i quali ognuno è dominatore della sua follia istituzionalizzata.
4.
Eppure il novecento si era aperto con grandi auspici.
Dei tanti pacifisti che hanno attraversato la storia, quasi nessuno ha attraversato, per
sua scelta dichiarata, la politica. Tanti predicatori e produttori di pace hanno
circoscritto la loro azione alla dimensione culturale e sociale della loro epoca storica.
Lunico movimento politico pacifista che ha ottenuto risultati tangibili sul piano
internazionale sfuggendo alla pratica della violenza genetica è stato il movimento di
Ghandi. Per la prima volta, ai confini del novecento, un movimento politico è riuscito a
generare una situazione nuova sul piano della identità dei popoli e del sistema delle
relazioni internazionali senza utilizzare la violenza per costituire uno Stato.
LIndia è il primo Stato al mondo sorto con una azione politica militante pacifista.
Non si può dire altrettanto del Pakistan; e non si può dire altrettanto nemmeno della
gestione del potere politico dei governi indiani successivi al suo atto di costituzione.
Ma la legittimazione internazionale di quel paese è avvenuta in pace, o meglio, con la
strategia politica del pacifismo. Il Mahatma Gandhi, per la prima volta ha dimostrato che
la funzione genetica della violenza può essere eliminata dal sistema delle relazioni
politiche. Egli ha adottato una precisa e cosciente linea strategica. Considerava una
bestemmia dire che la non violenza può essere praticata solo da individui e mai da
nazioni, che sono composte da individui perché la democrazia e la violenza
vanno male insieme e quindi gli Stati, che oggi sono democratici di nome, o
devono diventare apertamente totalitari o, se vogliono diventare davvero democratici,
devono coraggiosamente diventare non-violenti[5].
Sappiamo bene comè andato poi il novecento. Secolo di stermini di massa, di campi
di concentramento, di gulag, di genocidi, di guerre mondiali ed esplosioni nucleari.
Gandhi è rimasto muto, senza mai essere un profeta, è rimasto un uomo politico muto.
Perché loccidente, e direi il mondo intero, che pure ha molto interiorizzato
messaggi di pacifismo sociale o individuale come ad esempio il cristianesimo, non ha
interiorizzato lunico atto di pacifismo politico e nazionale come il gandhismo?
E perché non lo fa nemmeno oggi, quando è evidente, addirittura clamoroso, il fatto che
lazione militare non produrrà la sconfitta del fondamentalismo e non eliminerà i
terroristi, come non ha eliminato il risentimento e il governo di Saddam Hussein?
Perché non accetta la strategia politica del pacifismo, nemmeno quando questa è
chiaramente lunica arma di distruzione dei nemici, minando con lo sviluppo economico
e lemancipazione culturale le basi stesse delle organizzazioni internazionali del
terrore?
Sono interrogativi che restano aperti ed a cui è difficile rispondere.
Tutti ormai hanno la perfetta consapevolezza che questa guerra non produrrà gli obiettivi
politici della globalizzazione. Tutti sanno che la dimensione planetaria del secolo a cui
siamo appena entrati non verrà gestita con un mondo diviso, con un mondo separato, con
una ferita che sanguina dentro lintero pianeta. Il mondo non è una mela che può
essere spaccata. E se questa guerra, anche nella situazione di vittoria militare della
potenza occidentale, non sarà risolutiva dei problemi di geopolitica internazionale, a
che cosa sarà servita? Ad una azione di deterrenza, ad una vendetta, ad appagare un
risentimento per la bruciante e drammatica coltellata subita nel corpo vivo della nazione
americana. Un compito da perseguire, naturalmente. Anche la vendetta è una funzione della
giustizia. Ma questa vendetta non ha nulla di risolutivo, fino a che non prenderemo
coscienza definitivamente che la violenza politica non è più genetica di nulla e
tantomeno può ancora essere uno strumento di dominio.
Diceva Péguy che il padre su cui il figlio leva la mano è colpevole: di aver fatto
un figlio che levi la mano sopra di lui.. LOccidente non ha interiorizzato la
politica pacifista di Gandhi perché è quel padre, responsabile di aver creato dei figli
simili a sé e che sanno soltanto levare le mani sopra di sé. LOccidente non ha
interiorizzato la politica pacifista di Gandhi perché si è imposto al mondo con la
violenza, sia come sistema di dominio, sia come atto genetico dei suoi Stati. Noi subiamo
ciò che abbiamo prodotto e facciamo finta di non saperlo, mascherando la nostra violenza
con un presupposto di giustizia.
Ma se davvero noi fossimo giusti, dovremmo inaugurare nel sistema delle relazioni
internazionali una politica di sviluppo economico e di emancipazione sociale, non più
globale, ma planetaria; poiché globale è di chi la gestisce, mentre planetaria è di
tutti.
5
Qualche tempo fa, di sera, mentre altri passavano le ore in attività sicuramente più
gratificanti, io consumavo avidamente il silenzio dei miei pensieri davanti ad un
fantastico film di fantascienza. Star Treck è una serie che ha avuto molto successo, sia
sotto il governo dellastuto e ulissiaco Kirch, sia sotto il potere autorevole di
Picar.
Quella sera la storia raccontava di un viaggio nel tempo, di un ritorno dei viaggiatori
planetari del futuro ai nostri tempi. Erano tornati sulla terra, al momento esaltante
della scoperta della velocità curvatura, che ha portato le navicelle spaziali molto
vicino alla velocità della luce. La terra, ancora brutale e violenta, poco civilizzata e
preda di guerre totali era la terra degli anni 2000, da poco uscita da un conflitto
atomico devastante che aveva lasciato pochi abitanti come strani sopravvissuti.
Qualcuno di loro, teletrasportato nellENTERPRICE, la navicella spaziale
delluomo del futuro, restò strabiliato. Chiese informazioni tecniche e si
preoccupò dei costi. Picar rispose serenamente: nel futuro noi umani abbiamo smesso
di pensare al danaro e ci dedichiamo esclusivamente a migliorare noi stessi.
La politica è il solo modo che la società ha di migliorare se stessa.
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[1] COTTA Sergio, PERCHE LA VIOLENZA?, L. U. JAPADRE Editore, LAquila, 1978.
[2] CHESNAIS Jean-Claude, STORIA DELLA VIOLENZA, Longanesi, ottobre 1982
[3] SOFSKY Wolfang, IL PARADISO DELLE CRUDELTA, Einaudi, Torino 2001.
[4] JOUVENEL (de) Bertrand, LA SOVRANITA, Giuffrè 1971.
[5] GANDHI, ANTICHE COME LE MONTAGNE, Mondatori, Milano 1987

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