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- Le "Attualità" della
Mailing List
- Pubblicata 15 ottobre 2001
EDUCAZIONE ALLA PACE
.frammenti di un racconto perduto.
dott. Alessandro CECI
treottobreduemilauno
Si spostò leggermente.
La stanza le parve improvvisamente ruotare.
Allora uscì sulla terrazza.
La paura si distese sulla strada, tra un palazzo e un altro, sotto il giallo sabbia
pallore di un lampione. Gli umani si distendono sulle cose.
Si trasferiscono all'esterno e allargano il loro mantello di
sensazioni e immagini sulla strada. Ricordò un verso del poeta Texero, che vedeva il
futuro esteso dalla finestra all'orizzonte. Il suo futuro era disteso e atterrito. Prono.
Non aveva più casa, non aveva più soldi, non aveva lavoro.
Scomparse le amicizie, amore minacciato, sopravvivenza a rischio.
Era un momento così. Obbligata a tornare in famiglia. Le restava solo la paura.
Caterina aveva coltivato la paura fin da bambina. Ansimava e forse l'asma diagnosticata
non esisteva, era soltanto il palpito affannoso della paura repressa.
Caterina camminava nella paura con disinvoltura, cercando di ricoverarla dentro il suo
universo di silenzio e dietro la sua pigrizia. Poi la depositava sugli usci, sulle orme
degli animali, su una sedia. La poggiava e giocava e saltava e correva.
Quand'era bambina, Caterina, sapeva salvarsi. Ed oggi ancora, per salvarsi, torna bambina.
Oggi quando ha paura, Caterina, si rifuggia nei suoi coetanei, nel gruppo di pari, in
altri bambini, possibilmente nei nipoti, li porta alle giostre e li controlla, li carica
in macchina, li
porta al mare e corre con loro sul bagnasciuga o nell'acqua, gli compra le paste e li
riporta a casa, dove ricomincia a correre e a gridare. Oggi ancora, tra la casa e la
strada, forse nel suo giardino, o forse svicolando
per le strade del mondo con la sua macchina nuova, cerca scampoli di sicurezza, angoli di
fiducia, almeno un posto dove non ci sia minaccia, il luogo di un sereno consenso alla
vita. Non tutti preferiscono ardere o
morire. Tantomeno sappiamo se ardere o morire sia preferibile. Molti si rifugiano
semplicemente nelle cose che hanno, preferiscono consumarsi nelle stagioni, disperdersi
nelle ore svago, confondersi negli appuntamenti e frequentare ricorrenze e compleanni.
Da sempre Caterina sapeva che questi lenti rituali nascondono il terrore delle età, il
terrificante ritmo della degenerazione dei corpi.
La minaccia è occulta. Ogni giorno ti sembra un presente
irrinunciabile, sei sempre uguale, dietro alle tue urgenze giornalierie e non ti accorgi
di trascinare, in ogni minuto che passa, il tuo potenziale autodistruttivo. Forse te ne
rendi conto solo quando sei giovane, prima ancora di cominciare. Ma rinunci a capire.
Scarti il pensiero di lato.
L'unica cosa che puoi fare è darti una forma, uno status giuridico, una competenza
professionale, una condizione sociale. Ti serve la forma che è una tutela, l'abito per
mille occasioni, lo scrigno della paura esistenziale del tempo.
La strada tagliava una campagna incolta di sterri e detriti e si
infilava dentro case scomposte, nate spontanee, con una urbanistica incerta. A quell'ora
di primo mattino si vede bene. La confusione non distrae. Di qua e di là della curva,
può sempre venire
qualcuno, a piedi, con calma o a velocità spavalda e pericolosa. Può comunque passare
qualcuno in un'ora di primo mattino. Il mondo aspetta sempre lo stesso nuovo sole.
Caterina sapeva che per gestire quella spinosa, negletta paura, quella compagna che ti
accompagna, bisogna tenerla con sé, portarsela dietro come un handicap insuperabile e
dunque fraterno. Se non la possiamo
eliminare, la possiamo gestire. Ancora oggi Lei deposita la sua paura sulla pietra del
giardino di casa e poi la riprende, dopo essere tornata bambina, per salvarsi.
E non parla.
Evita.
Perchè non parlava, perchè già allora, nella sua infanzia,
evitava. Per tanti anni, tutti, tutti i parenti, i fratelli e gli insegnanti, i cugini,
gli amici perfino i suoi genitori credevano che Lei fosse incapace di pronunciare parole,
quando invece era stupefatta dalla linea dell'orizzonte, dall'ampio cielo e dalle numerose
stelle. Vedeva le
figure immaginarie dei suoi immaginari animali, calcolava la dimensione di spazi
incalcolabili ed aveva un suo personale e preciso sistema contabile.
Gli altri non le sentivano emettere un suono; non a Lei e nemmeno
alla sua amica paura. Perché in realtà non è mai stato vero che Caterina non parlava.
Anzi, era loquace, chiacchierava e chiacchierava come quando si
acciacca il tappeto di foglie morte della campagna d'autunno. O come quando si
sgragnocchiano le patatine. Parlava e parlava di tutto, con una amica, una sua cara amica
che le viveva al fianco in ogni momento, per ogni suo attimo; un'amica che capiva
perfettamente quel lessico anomalo, ma molto più ric
Per circa 6 anni nessuno aveva sentito da Lei pronunciare una sola sillaba. Ed era strano,
perchè invece Caterina, con Caterina era molto spigliata. Parlava, eccome se parlava.
Tante frasi composte a suo modo, termini pronunciati e ripronunciati a ripetizione. E non
si rammaricava, non ne aveva bisogno. Caterina parlava con Caterina e sapeva di andare
bene.
Piuttosto si stupiva, si stupiva dello stupore degli altri. Se
qualcuno la chiamava, il suo nome rimbalzava come un'eco dentro di sé, sballottolava
sulle pareti immateriali del suo pensiero; e poi lo ripeteva alla perfezione a Caterina,
la sua amica, la sua anima, che di rimando rispondeva nell'andirivieni della reciproca
confidenza, una bella partita di parole tentate e pronuncie abbozzate. Così è il
feedback della comunicazione biunivoca, una partita che, alla lunga, diventava un canto di
lettere e suoni rimbalzanti.
Giocando, esaltata, con la voce squillante che nessuno sentiva, Caterina arrivava
saltellando e allegra, con Caterina. Ma nessuno Le sentiva, perchè nessuno Le ascoltava.
Accadde un giorno...
...succede ai genitori di lasciare i figli, talvolta, a
casa da soli. Specie se sono costretti a restare fuori per un poco di tempo,
all'improvviso. Se uno dei fratelli è maggiore, di circa 4 anni, se é tanto assennato da
poter badare all'altra bambina, già buona per suo conto e
dunque priva di ogni dispetto, succede che i genitori si fidano, chiudono a chiave la
porta d'ingresso ed escono un attimo solo.
Quel giorno successe così.
Era una mattina d'estate, quando non si va a scuola e nemmeno in primina. Caterina aveva
disposto in bell'ordine le bambole sul letto e le presentava, una per una, qualcuna più
grande di Lei, a Caterina. Erano le
Loro amiche, le coetanee di ogni generazione. Una si chiamava di certo Carmela, nel
rispetto della tradizione napoletana della famiglia, le altre non so.
Si sanno, invece, le asprezze che i fratelli si scambiano e il
primogenito maschio vuole sempre occupare ogni spazio. Dovremmo costruire un
mondo di ragioni, ma non ne siamo capaci. La nostra civiltà è nella
giustizia, la nostra civilizzazione è nell'educazione. Al contrario della
razza animale da cui lentamente si è differenziato nel corso dei secoli con
la cultura, l'uomo trae la sua forza dal diritto. Per le bestie è vero
l'opposto: la forza dà ogni diritto. Il bambino, più alto, fisicamente
superiore, impose la sua regola animalesca e dispose che Caterina dovesse
cedergli tutti gli spazi. Lei, muta e testarda, rifiutò. Sorse il conflitto.
Tira e molla, metti e sposta, una bambola, proprio Carmela, subì una
decapitazione violenta. La bambola rotta giaceva per terra. Caterina vide
la testa di qua e il corpo di là. Fu un insulto che bruciava più di un
rimprovero, più di qualsiasi frustata. Eppure Lei non aveva dato fastidio,
aveva occupato il suo posto di sempre, lo spazio ricavato dentro i fragoro
Di colpo Caterina tacque.
La madre la prese con sé. È incredibile come le madri sappiano
distinguere, d'istinto, il momento della tenerazza, il momento in cui darsi.
La donna sorrise. Accarezzò la testa del mortificato fanciullo.
Sedette sul letto. Non proprio al centro, per non disturbare l'ordine
illogico delle bambole. Sedette discreta su di un angolo. Prese Caterina in
braccio e la cullò.
La made accennò una filastrocca, il ritmo lento e melodico della
canzone che ogni volta acquietava la figlia e la tranquillizzava. " Il
signor pensiero fa rumore / bussa alla porta del mio cuore, / bussa alla
porta e porta l'amore / porta la gioia e sopporta il dolore."
Lenta nenia di carillon, era la voce intonata di mamma, che
cullava Caterina e le carezzava i capelli. La bimba era commossa, non certo
abituata a queste effusioni che pure tanto desiderava. Sua madre era una
donna severa e sempre più severa sarebbe diventata nel corso degli anni.
Barbaro pulsare di violenza in ogni sguardo, dentro ogni errore, dietro
tutte le incomprensioni. Le illusioni educative di chi obbliga senza
insegnare producono l'abissale lontanza di uomini persi. Tanto preziosi sono
i riposi, rubati all'amarezza della sfida, il luogo dove il corpo rinasce e
l'anima respira.
La madre sentì i muscoli tesi della figlia distendersi tra le sue
braccia, vide gli occhi socchiusi e il bordo nervoso del labbro cedere. Il
mento aggrinzito si allargò, le tensioni sul viso si allentarono, gli zigomi
si rilassarono. Aspettò ancora. Quando si convinse che la bambina stava per
cadere nel sapore del sonno e forse nelle remote profondità del sogno, la
spogliò, Le infilò il pigiamino, rassettò i giocattoli sparsi per la stanza,
condusse il fratello, impietrito mentre assisteva alla scena, con una
carezzevole spinta della nuca fuori la porta, accese la piccola abat-jour
del comodino, spense la luce grande, aprì la leggera sovracoperta che
proteggeva l'igene e la pulizia e distese il tenero corpo bianco dentro
bianche lenzuola. La rimboccò. Tirò su la copertuola a tutela di ogni
reazione fisica della tensione nervosa che aveva depredato le piccole carni
della bambina. Si chinò su di Lei e le baciò la fronte ancora sudata di
rabbia.
E Caterina parlò.
"Buonanotte", disse con la sua strana voce alitata. La madre, già
sulla porta, si voltò e pianse commossa. Il fratello dette l'allarme e di
corsa in un attimo tutta la famiglia si precipitò in quella cameretta, di
un'altra casa, dove i figli stavano insieme, quadrata, con un largo spazio
centrale per i giochi, per le lotte e per le sconfitte. E per le sorprese.
Corsero ad assistere al miracolo. Lei si trovò seduta sul letto disfatto di
nuovo, a ripetere con calma e con precisione le parole che gli altri
volevano sentire, increduli, e che altrimenti già conosceva da tempo. Ancora
una volta si stupirono in coro e, per l'ennesima volta, Caterina si stupì
del loro stupore.
.
Se, tornando a casa, una sera, stanchi dalla confusa presenza del
giorno o dal passare del tempo e degli anni trascorsi dentro entusiasmi
spenti, uno dei vostri figli, ignaro del racconto e del rimpianto, magari
il figlio più impunito e dispettoso, all'ora di cena, tra una portata
tiepida e la paura di affondare, rompe un piatto e voi, braccati dalla
sconfitta, con cortesia e delicatezza gli spiegate che non si deve fare e
lo sostituite, perchè vi attanaglia il ricordo di guerre infinite per
scherzi puerili, e lui ne rompe un altro, e voi, con cortesia e senza
delicatezza, lo sostituite e lui lo rompe ancora, quel piatto maledetto, e
voi senza cortesia e senza delicatezza, ne mettete uno nuovo, perchè non
volete rassegnarvi alla cattiveria, che lui puntualmente rompe, vittima
dell'impertinenza, e voi ormai alterati sbattete sul tavolo un piatto, lo
stesso piatto dello stesso servizio, per vedere chi è più tignoso e lui
testardo lo frantuma per terra, e voi irritati gli mollate uno schiaffo per
Niente, ma ci si è tolti una grande soddisfazione, penserà
qualcuno.
A non rompere i piatti, diranno i più.
Ebbene, gli avete comunque insegnato che i conflitti relazionali
si risolvono a ceffoni. Di piatto in piatto quel bambino, da grande, saprà
bene di quanti muscoli di soldi, potere e carne avrà bisogno per sistemare
le sue cose.
Caterina invece rifiutava la violenza e quando Le hanno insegnato
l'amore parlò.

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