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- Le "Attualità" della
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- Pubblicata 15 ottobre 2001
INSODDISFAZIONE UNDERGROUND
il vuoto di forza del dissenso politico
sen. Maurizio CALVI
seiottobreduemilauno
Secondo Carl Schmitt[1], non è la inimicizia assoluta a determinare il conflitto in
politica, ma "il grado di intensità di una associazione o di una dissociazione di
uomini". In altri termini, il conflitto politico è sempre un fenomeno di tipo
organizzativo o, come diciamo oggi, sistemico. I motivi di questo conflitto possono
apparire "di natura religiosa, nazionale (.), economica o di altro tipo e possono
causare, in tempi diversi, differenti unioni e separazioni", ma la loro struttura è
sempre direttamente
funzionale al grado di intensità di un regime, di una organizzazione
politica o di un sistema sociale.
Per molti anni che cosa fosse questo grado di intensità, questa entropia della politica,
ci era ignoto. Non sapevamo come definirlo, né dove cercarlo, tanto meno dove collocarlo.
Era l'oggetto misterioso della conflittualità interna ed esterna degli Stati.
Oggi, a qualche giorno di distanza dal primo atto terroristico globale del XXI secolo, noi
forse possiamo decodificare l'arcana intensità che determina l'associazione o la
dissociazione delle unioni umane; si tratta del consenso: il consenso politico è il grado
d'intensità delle comunità o delle società.
Il dissenso è l'effetto evidente, fisico, di una entropia alta, cioè di un forte livello
di caos interno al sistema.
Il consenso è l'effetto evidente di una entropia bassa, cioè di un livello caotico
contenuto entro un certo equilibrio di sostenibilità.
Pertanto, l'incubazione di un atto di violenza politica consiste nel
vivere e proliferare di un malessere sociale che serpeggia all'interno e al di sotto di
organizzazioni anche molto strutturate e regolamentate. È dentro questa insoddisfazione
underground che si reclutano i militanti. È questo risentimento occulto il detonatore
della bomba terroristica.
Tuttavia molto spesso accade che il consenso interno abbia un effetto anestetico sul
sistema delle relazioni internazionali, fino a quando, almeno, non è stato superato il
pericolo di instabilità delle strutture di potere.
Il consenso interno, molto forte nei movimenti collettivi, concentra
l'attivismo nelle aree geopolitiche in cui i nuovi stati sono in via di
formazione. In qualche modo localizza lo scontro.
Se interpretiamo gli eventi che ci hanno travolto in questi giorni, non circoscrivendoli
al singolo e agghiacciante atto di destabilizzazione internazionale, ma collegandoli ai
processi politici che si sono inseguiti negli ultimi venti anni del secolo passato, noi
possiamo comprendere come mai l'attacco all'Occidente sia avvenuto proprio ora e perché
proprio nella forma più eclatante.
In questi anni, in cui gli osservatori si sono prevalentemente occupati della graduale e
costante disintegrazione del blocco sovietico, in altre aree del mondo esordivano
movimenti collettivi di diversa connotazione.
In Medio Oriente, i movimenti collettivi hanno trasformato regimi,
cambiato governanti e sistemi di alleanze.
I movimenti collettivi illudono i loro adepti, li esaltano e loro
esultano, li convincono di essere soggetti di un destino unico ed
irreversibile, di essere gli artefici di un evento storico definitivo. I
movimenti collettivi travolgono i popoli e stravolgono i governi. E
reclamano un consenso assoluto, non equivoco, totale.
Noi siamo stati abituati a vedere i movimenti collettivi finire in
istituzioni, sfociare negli istituti del potere, fossero o non fossero
democratici, nelle regole della vita quotidiana. Noi siamo stati abituati a vedere le
transizioni concludersi in qualche modo e concludersi in qualche forma.
Ciò che è avvenuto in Medio Oriente è la storia di una transizione non conclusa, che
minaccia tutti i suoi protagonisti e diffonde un permanente brivido di terrore nel mondo.
Se la transizione verso istituzioni politiche stabili dei regimi costituiti si fosse
conclusa, il consenso verso i nuovi governi avrebbe depotenziato la carica distruttiva di
quel movimento collettivo. Una organizzazione di più di 6.000 uomini, come quella che si
dice recluti Bin Laden, non è un gruppo violento terroristico, anche di stile
internazionale. È un esercito occulto e, per la prima volta, trasversale. Raccoglie
militari di varie nazioni, come di varie nazioni sono le forze occidentali della Nato, e
li lega con un solo credo religioso.
Il movimento collettivo apparso sul proscenio della Storia con la vittoria di Komeni in
Iran, non è mai finito, non si è concluso con la formazione di quello Stato. Si è
trasformato, ha continuato a raccogliere adepti in tutti gli altri Stati della stessa area
geopolitica e spesso anche oltre. È sempre stato un movimento collettivo transnazionale
militante e via via ha assunto anche una dimensione militare che ritiene di essere in
grado di concorrere,
con la tattica terroristica che conosce, ad indirizzare i più importanti processi
politici della nostra epoca storica.
Si tratta dunque di una organizzazione politico-militante di nuovo tipo, che non vive per
sé, ma vive su di sé, senza nazione e nazionalità, senza territorio né patria. Si
tratta di una comunità trasversale che si è data una struttura di reazione militante e
che conquista energia dai suoi avversari, forza proprio dall'attacco che si fa contro di
essa. Tanto più violento è lo scontro, tanto maggiore è la legittimazione
internazionale, altrettanto più convincente diventa il movente politico dei suoi
possibili adepti.
Raggiunto l'apice della sua incubazione e rafforzatosi con azioni
terroristiche localizzate, per la nervatura terroristica del movimento
islamico un atto così diretto ed eclatante era necessario: utile per alzare il livello
del confronto, per assumere un ruolo e per produrre una reazione adeguata alle nuove
esigenze della organizzazione militante, se non ancora militare.
Ma perché proprio ora?
Perché questa è l'ora in cui il consenso ai regimi istituiti dell'area
Medio Orientale è il più basso degli ultimi anni. Il processo di
istituzionalizzazione di Stati i cui confini sono parzialmente
corrispondenti alle identità nazionali non ha raggiunto i risultati sperati.
L'insoddisfazione underground dei cittadini è cresciuta nella
forma
dell'estremismo islamico. Il conflitto simbolo di solidificazione dell'area (Israeliano -
Palestinese) non si è concluso e la politica degli accordi non porta a risultati
concreti. Il consenso si riduce e l'effetto anestetico dei movimenti collettivi lascia lo
spazio al dolore delle azioni di terrore.
C'è un altro elemento che gioca a favore della destabilizzazione dei
rapporti Medio Orientali che viene normalmente poco evidenziato: il tempo.
Sono rimasto estremamente colpito a leggere in uno degli ultimi reportage con intervista
il ritmo degli appuntamenti dei Leader islamici finalizzati a progettare le loro azioni
terroristiche. Gli incontri tra i decisori avvenivano a distanza di anni. SI comincia a
discutere nel 1998, ci si rivede nel 1999, si decide nel 2000 e di agisce nel 2001. Questi
tempi per l'Occidente sono impensabili e inadeguati alla dinamica dei suoi mercati e
quindi alla capacità di fronteggiare eventi. La frequenza della Loro vita, invece, ha un
ritmo lento, sottratto alla frenesia di ogni mercato e di ogni
innovazione tecnologica, totalmente sbilanciato nei confronti delle
turbolenze delle economie capitalistiche. E sedimentazioni più lente, ma anche più
profonde.
Quando uno ha impiegato i migliori 20 anni della sua vita a odiare
un nemico preciso ed identificato, ce ne vorranno almeno altri
20, di anni, per eliminare quella avversione naturale ed istintiva. Una esperienza questa,
condivisa da molti succubi della civilizzazione.
Nella nostra coscienza collettiva un trauma comunicativo dopo una
settimana è scomparso e lascia una vaga sensazione di incertezza.
Una ferita nel lento mondo dei totalitarismi religiosi, resta
aperta per anni, diventa parte della quotidiana preghiera, incrementa la insoddisfazione
underground dei governati e minaccia ulteriormente il consenso ai governanti che cercano
di portare i loro Stati in un mondo che i popoli rifiutano. Se questa guerra durerà a
lungo, l'estremismo islamico giocherà, non solo sul suo territorio,
ma anche al suo ritmo. Se questa guerra durerà a lungo, Bin Laden avrà tempo per
costruire il suo consenso sul dissenso generato nei regimi islamici che oggi hanno preso
le opportune distanze. Il dissenso indotto contro governi ostili della regione
islamica rafforzerà il terrorismo, le sue ragioni religiose e le sue azioni violente.
Spazio e tempo sono le due variabili entro cui ricondurre l'azione di
contrasto al terrorismo, anche rafforzando gli aiuti ai Stati alleati,
risolvendo i contenziosi politici, per ripristinare il consenso ai governi minato dal
dissenso dei popoli religiosi.
La dinamica delle nazioni ha una sua particolare morfologia. Oggi è
necessario spegnere la spinta catartica dei movimenti collettivi di natura religiosa. Lo
si fa con la forza militare, ma lo si fa di più con l'azione politica ed economica. Le
nazioni che condividono gli stessi interessi, ormai, non è detto che condividano gli
stessi popoli. È indispensabile che i benefici della globalizzazione vengano estesi ai
popoli, con un intervento che si sottragga al confronto militare e militante, che spostino
il tragico gioco sul terreno dello sviluppo, che è il terreno su cui l'occidente è più
forte, e che produce una più alta e diffusa qualità della vita e quindi una
partecipazione più ampia alla vita sociale e istituzionale interna agli Stati. Il
consenso politico è una forza incommensurabile per regolamentare i conflitti. Il
terrorismo occidentale alla fine della sua strategia non ha attecchito sulle masse, come
pure pretendeva di fare, perché il consenso
alle nostre istituzioni democratiche è stato effettivamente un indebolimento del consenso
negli Stati che partecipano al sistema delle relazioni di una precisa area geopolitica è
comunque un indebolimento, un vuoto nella forza entro cui si inseriscono inevitabilmente
le azioni terroristiche.
Eliminare l'insoddisfazione underground dei popoli, che genera dissenso, deve essere
l'obiettivo strategico della comunità internazionale, l'unica vera azione di prevenzione
contro il terrorismo, che utilizza per la inciviltà la stessa energia, la medesima
potenza che noi utilizziamo per costruire per la civiltà. E ci trascina tutti nel vuoto
di forza del dissenso politico.
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[1] Carl Schmitt, LE CATEGORIE DEL POLITICO, Il Mulino, Bologna

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