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Le "Attualità" della Mailing List
Pubblicata sabato 07 aprile 2001

IL PARADIGMA AMBIENTALE O ECOLOGICO DELLA SICUREZZA

dott. Alessandro Ceci

- ipotesi di studio -


Da anni mi domando come si possa fare affinché quel pugno non finisca diritto sul mio naso. E non mi sembra un problema di poco conto, almeno per la integrità del mio naso.

Da anni Karl Popper ci ha insegnato che la norma regolatrice delle nostre democrazie liberali è interamente espressa in una famosa sentenza emanata da un giudice americano. Il magistrato doveva giudicare un imputato esagerato nel reclamare il proprio diritto di libertà, o meglio la propria indefinita liberalità di agire. Egli, con voce austera e con opportuna fermezza,
condannò l'aggressore affermando: "la libertà di movimento del suo pugno è limitata alla posizione del naso del suo vicino".

Da allora mi chiedo come si possa fare per evitare che quel pugno comunque finisca sul mio naso, o peggio ancora che, nonostante la sentenza del giudice, quel pugno non costituisca per me una minaccia costante. E non solo per me, se è vero, che noi ci siamo riuniti in comunità, prima, ed in società, poi, per non essere più "homo homini lupus" e quindi per evitare che quel pugno, oltre che per il mio naso, sia il rischio del vivere civile delle moderne democrazie complesse e di ogni altra forma di associazione. E' il potere di deterrenza della violenza che minaccia la sicurezza individuale
dei cittadini.

Forse proprio per questo motivo, perchè volano troppi pugni, le luci della ribalta si sono accese sul tema della sicurezza.

Sul proscenio della comunicazione politica, gli occhi sono tutti protesi verso questo insolito protagonista. Soltanto però non ci sono spettatori.

Non c'è pubblico: perché il tema della sicurezza riguarda tutti. Appunto è il problema complessivo della sicurezza complessiva. Ma è proprio vero? E' proprio vero che il tasso di criminalità della società contemporanea è progressivamente cresciuto? E' vero che l'incidenza
del crimine sulla vita collettiva è maggiore; che la violenza delle relazioni sociali è più feroce; che, infine, il rischio di sopravvivenza, la minaccia precoce alla vita è più alta?

A leggere la dura logica dei numeri che le statistiche impietosamente ci propongono il fenomeno criminoso, sia dal punto di vista quantitativo, che dal punto di vista qualitativo, se non addirittura minore, non è diverso da
come si è sempre presentato. Per una valutazione di lungo periodo valga, anche se datato, il bellissimo libro di Chesnais¹, "che offre una base concreta a tutti i discorsi sulla violenza" e che distrugge molti cliché
degli intellettuali della catastrofe.

La verità, la mia verità, è che, come si diceva una volta, "è nata una società esigente e indocile che periodicamente entra in una fase di eccitazione"¹. Una società in cui la proliferazione dei soggetti ha determinato una proliferazione dei rapporti di forza. La pressione della forza evidente o latente, lecita o illecita, ha sregolato il mercato politico, ha prodotto un vuoto nella funzione ordinatrice del potere ed una
delegittimazione delle istituzioni delegate.

Noi siamo stati sottoposti per anni ad uno squilibrio costante tra la struttura di inputs (domande) e struttura di outputs (risposte). Noi abbiamo subito, per un periodo troppo prolungato, la crisi delle aspettative
crescenti, che ci ha portato direttamente dalla soddisfazione litigiosa del Welfare State alla insoddisfazione rissosa del Warfare State. Non è un caso che il problema più urgente da risolvere per ridurre il tasso di insicurezza dei cittadini è, per il 48% degli intervistati, il posto di lavoro e ooo/ooo

¹ Chesnais Jean-Claude, STORIA DELLA VIOLENZA, Longanesi, Milano 1982

che soltanto il 20% indica nella criminalità una urgenza, mentre un altro 14% ritiene che bisogna risolvere prevalentemente il problema del servizio sanitario o quello dell'immigrazione (11%) o quello delle pensioni (6%). In ogni caso, l'80% degli intervistati non riduce il problema della sicurezza alla minaccia criminale². Il pugno che sta per infrangersi sul nostro naso
ha una portata ben più ampia della baldanza di un maleducato.

Nella tradizionale impostazione della comunità scientifica, invece, i termini criminalità e sicurezza sono stati considerati, se non proprio sinonimi, almeno direttamente collegati in una relazione inversamente
proporzionale: tanto più basso era il livello di criminalità, tanto più alto era considerato il tasso di sicurezza. Le concezioni interpretative assumevano forme varie lungo un intervallo circoscritto da 3 estremi
paradigmatici.

PARADIGMA GENETICO - in cui il crimine viene considerato come un fatto assoluto, o meglio come una categoria di fatti a sé stanti, chiaramente individuabili - mala in sé- ooo/ooo

¹ Pellicani Luciano, OLTRE LO STATO ASSISTENZIALE, L'Avanti, 16 dicembre 1981

² La Repubblica, Sabato 18 settembre 1999, pag.3

La società è il luogo dove gli umani nascono e dove vivono, anzi convivono, protetti dalle minacce dello stato di natura, dalla barbarie della inciviltà.

L'uomo, come metalivello inviolato, è un soggetto inviolabile, che per mantenere il suo stato di protezione permanente, deve soggiacere a delle norme: UNIVERSALI, che valgono in ogni tipologia di società ed in ogni sistema antropoligico; GENERALI, che devono essere applicate e applicabili in tutte le epoche di evoluzione della specie umana; MORALI, cioè cogenti
per ogni sistema etico in quanto derivanti dalla unica etica di sopravvivenza della specie; AFFERENTI, ovvero riferibili ad ogni approccio culturale.

Coloro che non rispettano queste regole minacciano i fondamenti della convivenza civile e sono soggetti pericolosi, deviati e devianti, che vanno tenuti sotto controllo, sotto stretta osservanza per essere ricondotti al rispetto della regolarità della norma o, se del caso, eliminati in quanto soggetti agenti (internati o incarcerati) o in quanto individui (giustiziati).
Allora per i seguaci di questo paradigma interpretativo il problema centrale della sicurezza o della in sicurezza dei cittadini consiste nella capacità o meno di alcuni individui di VIOLARE le norme assolute di convivenza civile e di definire più o meno criminosi quegli atti che più o meno violano quelle norme. In questo senso la società si tutela normalizzandosi e istituendo al suo interno funzioni di controllo dei comportamenti. Apparati che ricercano, studiano e interpretano costantemente
le cause della deviazione e della criminalità.

Il paradigma genetico ha un approccio giusnaturalistico, dietro l'organizzazione sociale vi è il motore immobile di una ragione uniforme ed immutabile. L'umanità intera la condivide, ora e per sempre. Le norme regolatrici della condotta pubblica e privata godono di un consenso popolare ampio e sostanziale. Conta l'offesa, l'onta subita dalla coscienza collettiva e dalla morale pubblica. La violenza è nella entità della violazione che deve essere perseguita e punita con durezza commisurata
all'entità dell'affronto. Nella sua normalità la società civile tende a pacificarsi, procede verso la serenità delle sue relazioni, tutelate dalla formalità della legge. Ogni crimine, in questa logica, assume la veste di
una patologia sociale, di una vera e propria malattia, di un virus sociologico da cui sarebbero infetti alcuni soggetti anomali, deviati, alienati, non integrati, privi e privati di qualsivoglia forma di socializzazione. Sui tutori dell'equilibrio urbano grava il peso di assicurare la sicurezza dei cittadini.

Purtroppo però non esistono soltanto i fatti, ma anche i soggetti; non soltanto azioni, ma anche le situazioni. Gli individui agiscono in base a modelli culturali di riferimento, sono orientati, non soltanto dalle norme,
ma dalla struttura dei loro bisogni e dalla variazione della stratificazione sociale. Essi partecipano alla vita di gruppi identificativi, di categorie sociali, di differenti processi di urbanizzazione in sistemi urbani
complessi e percepiscono il crimine in modo diversificato.

L'oscillazione degli atti criminosi spesso varia in funzione dei rapporti di forza politica e delle modalità di sviluppo. Da questo punto di vista, dunque, il paradigma genetico è statico, non valuta la società in movimento
ed è sordo all'eco multietnico e multirazziale delle metropoli contemporanee.

LABELING APPROACH - ovvero il paradigma del controllo. Affronta direttamente il problema del movimento sociale, o per meglio dire del suo sviluppo. Il crimine in sé non esiste. Esiste piuttosto un processo di
criminalizzazione, in cui il crimine consiste in una serie di atti relativi, con valenza varia a seconda degli scopi che il controllo sociale persegue in un determinato momento storico. -mala prohibita -

Il concetto centrale che il Labeling Approach assume è il concetto di DOMINIO. Il dominio che la società esercità sugli individui, il dominio delle organizzazioni sui cittadini, il dominio sul singolo che "sparisce
davanti all'apparato che serve"¹, il potere di chi detiene i mezzi di produzione, il dominio delle classi dominanti sulla massa di dominati. La natura, l'essenza e la qualità del presente può apparire fantasiosamente
articolato, può mostrarsi in distinte tipologie, ma la struttura della società è sempre la stessa, dialettica e conflittuale, un rapporto di forza unico e definitivo, appunto il dominio di chi guida su ci perennemente è
guidato. Alla frontiera del consumo di massa l'uomo è totalmente dipendente dai grandi meccanismi economici e burocratici, oltre che da una irrefrenabile massificazione. Egli è soggetto alla manipolazione e alla
canalizzazione in grandi apparati politici centralizzati e burocratici che rifiutano, normalizzando con la potenza nullificatrice del numero, qualsiasi volo.

Da questo punto di vista, l'atto criminoso in quanto manifestazione di volontà, in quanto dolo, non esiste: è soltanto un prodotto sociologico. In ultima analisi ogni individuo è sottratto da una sua responsabilità
diretta, nulla gli è effettivamente imputabile poiché ogni violazione viene ricondotta alla sua socialità e quindi giustificata oppure curata con politiche di integrazione e recupero. E' la società che produce patologie
criminose per soggetti proletarizzati. Si tratta, com'è evidente, di una concezione iperrealistica, certamente dinamica, che afferma costantemente l'esistenza di processi sociali. Coloro che sfuggono al processo di
integrazione vengono sottoposti al processo di criminalizzazione, che ha referenti e funzioni ben definite. Ad un primo livello vi sono agenti che
applicano precisi meccanismi su individui che compiono atti devianti. La
somma di queste identiche procedure in ogni ambiente sociale costituisce il
sistema di controllo che svolge una precisa funzione nell'organizzazione del
potere e nelle strategie di dominio delle classi dirigenti.
Che cosa fanno questi agenti di controllo sociale?
Come funziona tutto il sistema di tutela?
All'inizio si individua l'anomalia comportamentale
ooo/ooo
¹ Horkeimer - Adorno, DIALETTICA DELL'ILLUMINISMO, Einaudi, Torino 1968.
² Reismann, CIVIS LIBERTAS IN A PERIOD OF TRANSITION, Harvard University
Press, 1942.
³ Marcuse, L'UOMO A UNA DIMENSIONE, Einaudi, Torino 1967.


del singolo che, laddove eccedesse dai limiti imposti dalla massa, darebbe
luogo ad uno stato cosiddetto di devianza primaria, in cui si tentano
metodologie di integrazione morbide dell'individuo, in generale con la
riformulazione delle procedure educative o formative. Se lo stato di
devianza primaria permane, e a maggior ragione se si accentua, il processo
di criminalizzazione passa nella fase di stigma sociale e a quella della
detenzione, per poi proseguire verso la vera e propria reclusione in cui si
svolgono procedure di inizializzazione dei soggetti, oltre i confini della
socialità, dentro i territori sconfinati delle organizzazioni criminali. A
questo punto il processo di criminalizzazione degli individui è praticamente
concluso. I soggetti entrano dentro lo stato della cosiddetta Devianza
Secondaria, in cui subiscono una vera e propria trasformazione della loro
identità sociale e restano nella dimensione della criminalità permanente.
Naturalmente non c'è nessuna politica di deterrenza, di fronte ad una
impostazione sistemica di questo tipo, che possa assicurare la sicurezza dei
cittadini nella città, a meno che le decisioni assunte non siano ricondotte
alla riattivazione dei processi di socializzazione: integrando gli individui
proletarizzati nel sistema sociale riformato; riducendo il tasso di
incidenza del sistema sulle motivazioni strutturali.
Tuttavia il Labeling Approach, è talmente concentrato sul processo e sul
sistema, da sottovalutare la sofferenza reale che il crimine genera alle
vittime e le reazioni sociali che ne derivano. Dietro ogni violenza c'è un
dolore individuale, che una impostazione troppo tecnica tende ad ignorare.
Questa trascuratezza della sofferenza altrui è una forma di omologazione, è
un'altra assimilazione che non considera il fenomeno oggettivo della
criminalità, e quindi le variazioni della sua incidenza in varie società e
in varie epoche. Ed in ogni caso, l'atto criminoso non è riconducibile
esclusivamente al comportamento di un singolo sottoposto ad un processo.
0
Esistono ed esplicitano quotidianamente la loro violenza anche le
organizzazioni della criminalità, che sono dei veri e propri sistemi di
potere o di contropotere, con motivazioni di dominio ben più radicate di
quanto ne possano avere i sistemi di potere delle società democratiche
moderne.



PARADIGMA CRITICO si occupa invece delle organizzazioni ed individua nel
fenomeno criminoso una sorta di progetto razionale in base al quale certi
individui ritengono di adattare il loro comportamento alle pressioni di una
società affetta da avanzata patologia delle istituzioni. - mala in res -.
Il comportamento criminoso è, in qualche modo, un comportamento reattivo.
Di fronte alle pressioni economiche della società ed alle debolezze
giuridiche ed organizzative delle strutture instituzionali, alcuni individui
programmano una serie di azioni criminose che minacciano la sicurezza dei
cittadini. Non si tratta quindi di patologie sociali. Si tratta di un
aspetto fisiologico alle continue trasfomazioni della modernità. Nella
nostra epoca i mutamenti o le mutazioni dei sistemi sono frequenti e
permanenti, fatte di fasi evolutive o involutive, legate di volta in volta a
impercettibili fattori di cambiamento. Per comprendere queste transizioni
noi dobbiamo considerare l'azione delle organizzazioni dentro il movimento
di un sistema. La società nel suo irrefrenabile processo di "distruzione
creatrice", produce continue crisi di legittimità delle istituzioni
democratiche. L'ingovernabilità politica dei grandi sistemi urbani fa della
città una istituzione splenditamente malata. Alcune organizzazioni di citta
Per assicurare margini crescenti di sicurezza ai propri cittadini, quindi,
i decisori devono attrezzarsi per riattivare tutti i processi necessari e
sufficienti per una razionalizzazione critica dei fenomeni oggetto di
indagine. Occorrerà allora preventivamente analizzare le cause
dell'esplosione di una tipica attività criminale nel sistema sociale di
riferimento, il criterio percettivo di insicurezza della collettività, lo
stato di evoluzione dell'organizzazione sociale ed ogni altro elemento utile
alla più completa possibile definizione del fenomeno. Occorrerà poi valutare
il tasso di incidenza della criminalità nei punti critici del processo di
adattamento dei cittadini alle crisi sociali. Infine si potranno stabilire
le terapie di intervento o di controllo per arginare gli effetti dell'azione
criminale sul sistema di vità degli esseri umani associati.
Ma evidentemente una procedura di questo tipo è lenta ed eccessivamente
sofisticata, con scarso valore pratico anche per ricerche empiriche. E non
ci spiega cose per noi molto importanti. Mantiene grandi contraddizioni
irrisolte. Infatti, analizzando la casistica dei crimini maggiormente
ricorrenti in varie società, notiamo alcune grandissime anomalie. Laddove,
ad esempio, risulta esservi uno stadio dello sviluppo simile, come in
Germania e in Giappone,
0

possiamo verificare la presenza di progetti criminali molto differenti.
Viceversa, sempre con la stessa metodologia di analisi, possiamo notare
affinità e frequenza nel progetto criminale in società con diverso grado di
sviluppo come gli USA e l'Italia. Infine verifichiamo il permanere di tipi e
frequenze criminali comuni in società con strutture sociali opposte e
diversificate.
Saranno, queste contraddizioni, la conseguenza del fatto che gli analisti
critici che seguono questo approccio, a forza di analizzare il progetto
logico delle organizzazioni reattive, dimenticano di valutare le situazioni
sociali generali in cui questi progetti si applicano?


Nel corso degli studi fin qui svolti sul tema della organizzazione sociale
e della sicurezza anche noi abbiamo sviluppato una nostra impostazione. Con
molta ambizione definiamo Paradigma ambientale o ecologico il nostro
approccio al problema della sicurezza interna ai microsistemi urbani.
Già dalla dizione si evincono alcune connotazioni.
Intanto, nella nostra impostazione, è necessario scindere il problema
della sicurezza dal fenomeno criminoso. Il termine ambientale o ecologico
sta proprio ad indicare l'esigenza imprescindibile di analizzare le
correlazioni fra variabili sociali, culturali ed economiche dei microsistemi
urbani e quindi la percezione comunicativa dei cittadini.
Un sistema autonomo è dotato di un suo DOMINIO COGNITIVO, è cioè dotato di
funzioni di chiusura e/o di apertura della sua organizzazione e della sua
struttura.
L'organizzazione di un sistema consiste nel particolare insieme di
relazioni fra componenti che costituiscono una unità composita. Si tratta di
quelle relazioni che devono rimanere invarianti affinchè si mantenga
l'identità del sistema. Se quelle relazioni dovessero cambiare, esso
morirebbe o diventerebbe qualcos'altro, perché appunto la sua organizzazione
ne
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consente l'identificazione in quanto entità distinguibile. E' per questo
che, sottoposto alle perturbazioni e alle turbolenze dell'ambiente, un
sistema si adatta e, per sopravvivere, sviluppa funzioni di chiusura a
tutela di sé. La sua organizzazione può realizzarsi o manifestarsi
attraverso strutture differenti.
La struttura di un sistema può subire cambiamenti. Anzi, deve. Per
permettere il costante adattamento all'ambiente, le strutture devono
garantire funzioni di apertura finalizzate alla costruzione di componenti e
relazioni reali ed attuali attraverso le quali l'organizzazione si realizza.
Un sistema autonomo pertanto è tale quando subordina tutti i suoi
cambiamenti strutturali alla conservazione della sua organizzazione. Questa
storia, la storia dei cambiamenti di struttura a tutela dell'organizzazione,
Marturana e Varela l'hanno definita ontogenesi di un sistema.
Per questo noi ci occupiamo essenzialmente delle città o, come preferiamo
denominarle, dei microsistemi urbani, che - ad esempio - possono essere
anche i distretti. Perché, dal nostro punto di vista, la sicurezza è il
prodotto della capacità di trasferimento dei cambiamenti dell'ambiente dalla
struttura alla organizzazione e quindi della sintonia tra funzioni di
apertura e funzioni di chiusura. Ad esempio, se le strutture sociali, ed in
modo specifico le strutture istituzionali, non percepiscono la turbolenza
dell'ambiente circostante, dovuto ad un alto tasso di prostituzione o anche
soltanto dalla presenza fisica minacciosa degli immigrati, e non trasmettono
o trasmettono in modo eccessivo all'organizzazione questa percezione, i
meccanismi di chiusura necessari a matenere l'integrità del sistema urbano
non scattano, cresce l'entropia interna e i cittadini avvertono la minaccia
alla loro sicurezza. In altri termini, l'incapacità di sostenere le
turbolenze dell'ambiente e di adattarsi ai cambiamenti minac
Le città sono complessi habitat organizzativi, che evolvono per processi
di differenziazione funzionale. Le metropoli si reggono in equilibrio grazie
al livello di entropia interno. Se l'entropia organizzativa dell'habitat è
elevato, il livello di sostenibilità sociale è basso, e viceversa (rapporto
inversamente proporzionale). Nei network l'intervallo della sostenibilità
mantiene in equilibrio l'organizzazione. Una fuoriuscita dall'intervallo
della sostenibilità si scarica sui cittadini sotto forma di insicurezza
implosiva o esplosiva. In questo senso un alto tasso di entropia, un
disequilibrio della sostenibilità sistemica, determina un vero e proprio
inquinamento dell'habitat urbano, con il moltiplicarsi delle distorsioni e
l'espandersi dell'humus culturale del crimine da cui traggono energia e
risorse le organizzazioni malavitose reticolari. Perchè la società è un
network che produce network, i quali per sopravvivere hanno bisogno di
alcune condizioni ambientali, entro le quali adattare il proprio habi
La sicurezza è data dalla indivisibilità dei fattori interagenti, che
assieme garantiscono l'equilibrio interno e la sostenibilità degli apparati
organizzativi del sistema urbano. Questi fattori non possono essere
generici, né generali, perchè possono essere elaborati soltanto in funzione
dell'ambiente in cui il sistema vive.
Circoscrivere allora il problema della sicurezza alla sfera della difesa
militare esterna o poliziesca interna, ci sembra un limite molto forte.
Nelle moderne metropoli complesse la percezione di incertezza e di rischio
dei cittadini si è estesa sempre di più in conseguenza all'emergere di
minacce non militari, né polizieschi, come quelle economiche, demografiche,
ecologiche. La sicurezza è diventata un elemento costituente della qualità
della vita.
Il paradigma ambientale o ecologico della sicurezza reclama una strategia
globale di intervento ed un mutamento nella formulazione dei criteri e dei
fattori di analisi del fenomeno. Questa riformulazione stenta ad avviarsi
proprio perchè le istituzioni deputate al controllo sociale, sono
profondamente condizionate da una unica concezione del crimine. Invece la
riduzione della insicurezza globale della città, con politiche che tendono
ad innalzare la qualità della vita, toglierebbe l'humus ambientale in cui
sorgono e proliferano le moderne organizzazioni malavitose.
Serve una strategia della sicurezza urbana e/o metropolitana.
Ormai, tra inputs di ordine e outputs di sicurezza si è aperto un
divario, un vuoto. La società non ha mai avuto apparati polizieschi e
militari come in questo momento. Eppure, mai come in questo momento si è
sentita incerta e insicura. Ciò è dovuto probabilmente alla perdita di
legittimità delle istituzioni democratiche locali e alla loro incapacità di
riscoprire la propria identità culturale e quindi la civiltà dei
comportamenti. Ciò è probabilmente dovuto all'assenza di politica della
sostenibilità organizzativa nei microsistemi urbani. Eppure la sicurezza è
circoscritta alle nostre città. Non esiste un problema di sicurezza
nazionale. Esiste una criminalità nazionale, ma la sicurezza è
metropolitana.

 

 

 

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