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- Le "Attualità" della
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- Pubblicata 03 ottobre 2001
ROUND ZERO
l'intelligence nelle strategie di collaborazione e conflitto nel sistema delle relazioni
internazionali
dott. Alessandro CECI
ventunosettembreduemilauno
1.
Forse sarà il caso, quando gli schieramenti tornano ad innalzare i loro vessilli e gli
eserciti affilano le armi, riproporre il tema della pace: non quella che si deve fare
quando non si può più fare; ma quella che si deve costruire prima, senza clamore, nei
processi politici e culturali delle nostre società cognitive. È il tema della sapienza
di pace, cioè della conoscenza delle procedure che insegnino agli individui a gestire la
propria dirompenza; tema di cui spesso si propone ma raramente si dispone nei programmi
didattici, istituzionali e non.
Sarà perché il CeAS (Centro Alti Studi sulla violenza politica e
il terrorismo) ha sviluppato un programma scolastico nazionale di educazione alla pace;
sarà che ormai la mia personificazione con quell'istituto di ricerca è totale; sarà che
la conflittuologia, e, in modo specifico, metodi per la risoluzione dei conflitti, è una
materia ancora poco frequentata; sarà che la mia forma mentis è normalmente indirizzata
a riflettere sulle cose "altre" della pubblicistica prevalente; sta di fatto che
l'educazione alla pace a me sembra la strada più adatta per qualsiasi politica di
sicurezza.
Ogni conflitto è il prodotto di un comportamento.
Ogni comportamento è indotto da un modello culturale di riferimento all'azione. Senza
incidere sui processi formativi noi non costruiremo una nuova coabitazione, non riusciremo
a rimuovere conflittualità insostenibili che minacciano la serenità dei nostri flussi
comunicativi e non sconfiggeremo gli spettri della modernità ingigantiti dai nostri
occhi, ormai televisivi.
Noi andiamo in giro per il mondo, così, d'incanto e ci troviamo di fronte a ladri di
pace, a soggetti che involontariamente e spesso senza senso, alzano il tasso di ostilità
quotidiana. Basta una partenza ritardata, una banale distrazione, una parola incerta a
trasformare l'incontro in uno scontro, a superare il limite della reciproca tolleranza. E
improvvisamente ti trovi in una città che è diventata soltanto un consolato
amministrativo per interposta persona, non più plausibile, insostenibile, lungo la tua
quotidiana RUTAS DE LAS RATAS, la via dei demoni, la strada dei topi che ospita criminali
in fuga.
Ma com'è possibile,come accade che, in certi momenti della mia vita, sento su di me una
inimicizia assoluta, molto più ampia della sociale insocievolezza degli uomini di
kantiana memoria? Perché devo essere ostacolo, contrapposto, anche quando il mio agire è
avulso da qualsivoglia obiettivo di successo? Per quale arcano motivo una mia debolezza
sinceramente espressa viene aggredita? Come mai una mia competenza, che dovrebbe
semplicemente essere una ragione, si trasforma invece in una forza apparente e comunque
percepita e poi automaticamente esercitata? Che cosa fa dell'altro da me un antagonista
improvviso se non addirittura un rivale conclamato? Da dove nasce la conflittualità
permanente e diffusa dei comportamenti urbani?
2
Quante volte mi è stato intimato di essere sospettoso. Quante volte mi è stato
consigliato di pensare per me e cioè, meglio ancora, di pensare a me. Quante volte ci è
stato suggerito di diffidare degli altri, malvagi e ingannevoli, e quante volte, per farlo
naturalmente, ci siamo dovuti fidare almeno del suggeritore. Se devo diffidare degli
altri, devo diffidare di te che sei un altro. Ma se diffido di te penso che la tua
affermazione sia strumentale e allora continuo a fidarmi degli altri. E se mi fido degli
altri mi fido anche di te che sei un altro. Ma se mi fido di te, devo diffidare degli
altri. Se devo diffidare degli altri
Circuito chiuso della logica che i Greci già
conoscevano bene: Empedocle, il cretese, dice che tutti i cretesi sono buggiardi.
Tuttavia la questione, sebbene in questi termini ridicolizzata, in
altri termini riguarda la nostra civiltà, piuttosto che la nostra contabilità, e dunque
è importante. Perciò è stata studiata.
Nel 1973 il noto biologo e studioso del comportamento animale
Maynard Smith, dopo aver applicato la Teoria dei Giochi alle azioni strategiche dei suoi
pazienti, elaborò un personale modello interpretativo, costruito sul classico conflitto
tra falchi e colombe. I falchi sono i cattivi, che attaccano senza segnalare la propria
aggressività, che si scagliano contro l'avversario con atteggiamento estremo, o prendono
tutto o perdono tutto, o incassano o pagano il prezzo del conflitto. Una specie di moderni
terroristi.
Le colombe invece sono i buoni, quelli che non possono e non sanno che affermare il
proprio disagio, non possono che ritrirarsi, quando attaccati, e pagare i costi di una
inevitabile sconfitta. Una sorta di cittadini moderni.
Il vantaggio strategico tra falchi e colombe non è così evidente.
Non è detto, anche in queste condizioni estreme, che i falchi
vincano sempre e colombe siano sempre soccombenti. Certo in uno scontro diretto è così.
Ma se il gioco si applica a popolazioni di strategie, circoscritte in un intervallo
compreso tra due confini di spazio e tempo, il discorso non è più così ovvio. Intanto i
falchi si scontreranno con altri falchi; e possono vincere o perdere. Se vincono, vincono
tutto; se perdono, perdono tutto. Le colombe invece scambieranno con altre colombe e
possono vincere o ritirarsi, ma non perdere. D'altronde, neanche la lotta con i falchi non
le vede soccombenti, perché le colombe, coscienti della loro debolezza, hanno adottato il
buon uso di rinunciare.
Allora, per prevedere un possibile vincitore, è necessario
innanzitutto quantificare l'entità dei falchi e il numero delle colombe e di tutti i loro
possibili conflitti. Poi sarà opportuno definire l'intensità, cioè il guadagno
derivante dalla vittoria e il costo della sconfitta nei differenti scontri. Inoltre, è
determinante conoscere la frequenza, cioè il tempo di gioco, la durata quante volte i
giocatori si devono confrontare con strategie di conflitto e/o di collaborazione. Infine,
occorre stabilire la località in cui gli scambi si verificheranno, cioè lo spazio di
interattività tra i soggetti in campo, fatto di ambiente (area fisica) e habitat
(microclima sociale e culturale).
Sono queste appunto - entità, intensità, frequenza e località -
le 4 variabili che compongono uno SCENARIO.
Poi ognuno agirà come crede più opportuno, dentro o fuori le regole, condotto da una
miriade di motivazioni e da obiettivi di breve, medio, o lungo periodo.
Di coonseguenza è chiaro che il comportamento di giocatori razionali sarà funzionale al
vantaggio ottenuto dalla vittoria e al costo subito dalla sconfitta. In questo caso, tanto
più basso è il prezzo da pagare per la sconfitta e tanto più alto è il guadagno della
vittoria, tanto più falchi primeggeranno.
O viceversa.
"Per estremo - scrive Andrea Giampiero Ciani, del Dipartimento di Psicologia
dell'Università di Padova - se la sconfitta significa la morte, e la vittoria solo un
bocconcino in più, le colombe non muoiono mai, al massimo rinunciano, ogni qualvolta
incontrano un falco, ad un bocconcino; mentre ogni volta che un falco combatte contro un
altro falco uno dei due muore, anche se contro una colomba ottiene sempre il bocconcino
desiderato."
3.
Tra tutte le possibili strategie, il TIT FOR TAT è quella di chi si comporta da falco
quando incontra un falco e da colomba quando, invece, incontra una colomba.
Il TIT FOR TAT ha sempre vinto.
È una strategia di confine, di adattamento al microclima
ambientale e di gestione dei possibili eventi. È una strategia da LEADERSHIP
SITUAZIONALE, che costruisce cioè la sua supremazia senza atteggiamenti pregiudiziali,
libero da condizionamenti, in funzione della tipologia e della struttura degli avversari.
Se si scontra con i terroristi diventa terrorista, se affronta i cittadini diventa
cittadino, se si confronta con le civiltà diventa civile.
L'unico problema vero, di difficile soluzione per tutti, è: come si riconosce l'amico dal
nemico, il falco dalla colomba?
Il TIT FOR TAT risolve il problema collaborando: decide
pregiudizialmente di avere sempre un primo scambio di disponibilità, di non essere mai
aggressivo, di assumere un primo atteggiamento positivo; ma decide anche di reagire in
funzione della risposta ricevuta. Sono sempre disponibile a collaborare, sempre colomba.
Se incontro una colomba, continuo in un utile e creativo scambio, se incontro un falco,
perderò il primo confronto, ma al secondo incontro lo riconoscerò e Lui suibirà la mia
aggressività di falco.
Tuttavia anche questa formula risulta essere rischiosa e comunque
relativa. Se la sconfitta è la morte, la mia disponibilità iniziale è definitiva. Al
primo scontro perdo tutto, anche la possibilità di reagire. Posso sopravvivere se
incontrerò soltanto colombe. In ogni caso, se incontrerò un falco evidente, da buona
colomba, potrò rinunciare; ma se, come accade spesso nella vita reale, incontrerò un
falco occulto, una colomba apparente che mi convincerà a scambiare e poi improvvisamente
si trasformerà in falco, anche il TIT FOR TAT, sarà destinato a morire.
Così è la vita.
Forse non quella degli animali, condotti da istinti e regolarità per la sopravvivenza
della specie. Così è però la vita degli umani, i cui desideri, le cui passioni e i
risentimenti sono talvolta mistificati da forme di assoluta amicizia e disponibilità.
Nel nostro esempio, se il prezzo della sconfitta sarà la morte, il mondo sarà estremo, i
falchi si suicideranno in scontri con falchi e le colombe scambieranno con altre colombe o
si ritireranno dietro le porte sicure della loro casa. Non conta, dirà qualcuno,
l'importante è che i falchi vincitori alla fine siamo noi.
E qual è la fine?
Nella storia non c'è fine.
I falchi vincitori si trasformeranno prima o poi in falchi sconfitti e moriranno anche
loro.
Pertanto non c'è rimedio, per costruire una civiltà di scambio tra colombe e per far
fiorire il giusto TIT FOR TAT, bisogna ben bilanciare il prezzo della sconfitta in un
numero definito di scambi.
4.
A meno che non si conosca bene l'altro, il suo valore e i suoi connotati: cosa che, nella
società dell'intelligence, dovrebbe essere normale.
Conoscere l'altro, per capirlo, non è dunque soltanto un nobile
atto di consenso alla complessità e alla diversità del mondo. È un atto strategico, una
funzione determinante nel sistema delle relazioni politiche.
In un habitat sociale caratterizzato da depositi di informazione e processi di
comunicazione, è sull'attività di intelligence che poggia ogni nostro prossimo passo,
cioè sulla conoscenza del luogo su cui posare il piede.
Ciechi potremmo cadere.
Infatti, mentre prima la funzione di intelligence era di natura
esclusivamente ispettiva, oggi, nella complessità della infosfera, l'attività di
intelligenze è un'attività di comunicazione pura, di organizzazione e composizione dei
messaggi, di decodificazione dei simboli e di gestione delle conoscenze geopolitiche di
area.
L'agente in questo campo, non è più oggi il lungo occhio di un'altra mente, è una mente
situazionale, una succursale di conoscenza e competenza.
Inoltre, l'intelligence man è oggi un consulente di conflittuologia, un soggetto in grado
di posizionare i contendenti in uno scenario e di capire quali siano e dove i punti di
crisi o di collaborazione tra falchi, colombe o, eventuali, TIT FOR TAT.
Non si tratta più di scrutare l'altro, si tratta di conoscerne lo
status culturale e politico di un territorio circoscritto, per prevedere e prevenire la
sua possibile deflagrazione.
È incredibile il fatto che tutti al mondo già sapevano di un attentato eclatante via
aereo in america; che le informazioni erano arrivate già a partire dal furto delle divise
dei piloti di linea in un albergo romano; e che nessuno le abbia prese in considerazione.
Le informazioni nel mondo contemporaneo sono esorbitanti.
Il vero problema è sapere quali siano quelle importanti, quali
siano quelle strategiche. Il vero problema è decodificare, selezionare, ridurre il caos
di messaggi ad un ordine logico, ad un percorso riconoscibile. Il vero problema è il
passaggio dalla infosfera, cioè al contenitore indistinto di documenti e parole, alla net
comunication, cioè al sistema delle relazioni comunicative. Il vero problema, per noi che
vogliamo la pace, è sapere chi è il falco che incontreremo domani mattina.
E senza intelligence non lo sapremo mai.
5.
"L'intelligenza organizza il mondo organizzando se stessa" diceva Jean Piaget,
che era un grande filosofo e pedagogista.
Oggi questa affermazione deve essere applicata alla politica e in
modo specifico alla azione preventiva dei conflitti. Costruire nuovi livelli di
organizzazione sociale, per ottimizzare la capacità di inter legere le cose, di leggere
dentro gli eventi politici, per ottenere maggiore conoscenza, maggiore intelligenza che
cambia il mondo: questa è la nuova sfida della politica.
Oggi intelligence è soltanto questo. Altrimenti è controllo,
ispezione, l'occhio freddo della telecamera che archivia ma non comprende; guarda, ma non
vede.
Non è un caso che questa nuova esigenza generale sia stata
evidenziata da un pedagogista, perché è l'educazione che realizza questa nuova
dimensione, soltanto l'educazione, la formazione ci fa vedere le cose che il nostro occhio
guarda, secondo un ordine che sia il più attendibile possibile.
L'educazione riduce il round dei conflitti possibili
tendenzialmente a zero, perché vede e prevede e poi provvede.
L'educazione ci fa capire qual è il falco che dobbiamo evitare e
come lo possiamo annullare incrementando il numero delle sagge colombe, che per questo,
anche oggi, non rischiano l'estinzione.

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