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- Le "Attualità" della
Mailing List
- Pubblicata 3 novembre 2001
dott. Alessandro CECI
ventottottobreduemilauno
Ho paura che gli americani, e noi con loro, rischiano la Sindrome di Custer: seguire il
nemico sul suo territorio ed essere annientati.
Il famigerato e famelico generale Custer, forte della sua potenza militare, seguì un
gruppo nocchiero di indiani fino ad un impervio territorio, dove fu accerchiato e
sterminato da un folto numero di guerriglieri.
Anche le operazioni militari delle superpotenze riunite hanno il problema di incastrarsi
in un Gran Canyon di nuovo tipo.
I bombardamenti in Afghanistan rischiano di trasformarsi in una trappola.Troppo a lungo
protratti. Troppo costosi. Mirati su apparati militari inconsistenti, non riescono a
disarticolare la rete immateriale del terrorismo.
Se i bombardamenti non sono stati utili a distruggere un leader malefico ed evidente come
Saddam Hussein, saranno in grado di catturare un capo altrettanto malefico ma etereo come
Bin Laden?
Inoltre, le democrazie moderne hanno la responsabilità dei corpi, dei loro cittadini e
degli altri, dei corpi dei loro nemici. E quindi sul lungo periodo l'azione militare
rischia di diventare controproducente. Gli errori hanno maggiore probabilità di avvenire
e lo shock comunicativo che si
trasmette nel sistema nervoso della globalità cognitiva potrebbe paralizzarci e
trasformare la caccia ai terroristi in una guerra islamica.
Il lungo periodo è il loro tempo, non il nostro, e la staticità della strategia militare
americana può diventare il vantaggio strategico dei fondamentalisti per l'estensione del
risentimento anti occidentali dai governi alle nazioni, dalle nazioni ai popoli.
La sindrome di Custer.
Bloccati per anni a bombardare le montagne, siamo circondati dal bioterrorismo nella
nostra vita quotidiana. La debolezza dell'Occidente è la paura. Gli aerei minacciosi
trasferisco la nostra paura collettiva ad altri.
Ma il terrorista è un rigeneratore di paura, a deterrenza crescente, sempre più
devastante perché sta dentro l'aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, il vino che
beviamo. Il terrorista risponde alla nostra minaccia al suo apparato militare con una
minaccia militante ben più pervasiva alla
nostra quotidiana vivibilità. Sono due livelli diversi del conflitto e quello militare è
indubbiamente il più debole. Concentrati a guerreggiare contro l'insignificante, siamo
accerchiati nei ritmi incessanti della nostra socialità.
Questo limite è il prodotto diretto di un vecchio criterio di
percezione della guerra. Le democrazie occidentali sono interamente costruite sul concetto
di differenziazione. La nostra complessità è nata dalla differenziazione tra sistemi. La
differenziazione dei ruoli, delle funzioni,
delle prestazioni, delle organizzazioni e dei poteri è la democrazia. Il sistema politico
ha una sua propria struttura, differenziata da quella del sistema religioso, differenziate
dal sistema giuridico, differenziate dal
sistema economico e da quello militare. Naturalmente, come nei momenti elettorali, i
meccanismi si congiungono, ma il confine distintivo resta, attivo e permanente nella vita
quotidiana delle professioni. I militari, quando guerreggiano, dopo aver ricevuto l'input
dal sistema politico, lo fanno in modo autonomo ed automatico, su campi di battaglia
distinti e distanti dalla vita di tutti i giorni dei cittadini che devono difendere.
I regimi fideistici totalitari non devono difendere nessuno,
nemmeno se stessi. Il loro potere politico ha il dominio su tutto, su ogni respiro, 24 ore
su 24 ore. Le loro non sono società (Gesellschaft) ma comunità sacro magiche
(Gemeinschaft), con una sola totalizzante dimensione, quella del potere di dominio
assoluto. Non hanno alcuna responsabilità sui corpi, né loro, né dei loro militanti,
né dei loro cittadini e tanto meno dei loro nemici. Si dedicano esclusivamente alle
anime, che non esistono.
E così accade che i nostri eserciti fanno la guerra a chi non la fa, con una strategia
senza referenti, un conflitto con protagonisti a diversi livelli di conflittualità.
Schieramenti che non si incontrano. Nemici che non si scontrano direttamente e dunque non
si sconfiggono mai
definitivamente.
La sindrome di Custer: agire dove non serve, colpire il nulla,
sfogare la propria potenza contro le montagne, per lasciare ai guerriglieri terroristi il
tempo e lo spazio di mirare ai punti deboli, dove la bomba fa più male.
Che fare?
Cambiare il terreno di scontro, questa è la soluzione:
trasformare il campo di battaglia e mirare ai loro punti di debolezza che sono altrettanto
sociali e molto poco militari. Sono la povertà dei popoli che i regimi
fondamentalisti governano, la loro miseria endemica, la morte per fame e per malattia dei
suoi figli, la sporcizia di ambienti e umanità, la distruzione della sola vita sotto le
nere tende della montagna. Tutti vogliono vivere e
vivere bene. Nessuna madre crederà mai a nessuna religione, a nessuna preghiera, se
ammazza i suoi figli. Questo è il solo terreno che può disintegrare il substrato
genetico del terrorismo.
La forza dell'Occidente è la sua vita democratica, il diritto alla tutela dei corpi, la
regolamentazione dei conflitti sociali. La forza dell'Occidente è l'aver costruito il suo
sistema politico sui caratteri universali della civiltà. Instaurare organizzazioni
sociali democratiche e
ricche, rispettose delle identità etnica e culturale di popoli e nazioni, ma democratiche
e ricche a fianco della miseria talebana è la forza più grande e la più grande
sconfitta dell'ultimo Bin Laden di turno. I suoi sudditi possono vedere la vita che
avrebbero contro la morte che hanno. E possono vedere in ogni attimo la follia dei loro
regimi. Allora, il vantaggio strategico dei terroristi, fatto di lungo periodo e di
credibilità etica, si inverte, diventa il loro svantaggio, liberando le nazioni e popoli
che loro
invece vorrebbero controllare imprigionandoli in una religione. Sul terreno della vita
siamo vincenti, non si capisce perché dobbiamo essere perdenti dispensando morte
ulteriore . Eppure abbiamo davanti a noi illust
Questa è la più grande azione militare che potremmo compiere:
lottare sul pano sociale piuttosto che su quello militare. Gli eserciti sono un alibi ed
una debolezza. La sfida sociale è la loro sfida. Produciamogli una sfiducia
popolare e li debelleremo. Accettiamo la loro sfida sociale e distruggiamoli con le nostre
armi più forti, che non sono gli aerei o i muscoli, ma la ricchezza, la democrazia e la
vita.
La pace è oggi un'arma imbattibile.
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