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I TALIBANI
DELL'OCCIDENTE
Alessandro CECI
dieciottobreduemilauno
Ho visto che la logica dei cowboy, in cui il più veloce è anche il più giusto, il forte
è anche il bene, non vige soltanto nel Far West, non parla soltanto con il tono duro di
John Waynne.
Martedì 9 ottobre, su IL CORRIERE DELLA SERA Ernesto Galli della Loggia ha indossato gli
speroni e il cappellaccio, ha caricato fucile e pistole, stretto il cinturone, rodato gli
speroni, e, a passo cadenzato, si è avviato ad esaltare i fasti impavidi e lo sfrontato
sfoggio degli anglo-americani.Ci sono certi momenti nella
Storia - con lo sguardo che scruta il destino - che il solo modo per far rispettare la
giustizia " è quello di battersi, se necessario duramente". E spara a zero,
prima che contro i Talibani, contro la povera Europa, rea di essere esclusa dalla SPECIAL
RELATIONSHIP tra Inglesi e Americani e quindi di dover certificare "la disperante
evanescenza dei suoi propositi di diventare soggetto". Poiché, naturalmente, in uno
scontro a fuoco, si è soggetti soltanto se si spara. Si è soggetti politici soltanto se
si gode della esclusiva fiducia degli americani, se si partecipa a quella immutata ed
immutabile identità di menti e di cuori. Chi è escluso è estraneo, diventa
improvvisamente un soggetto.
Il vecchio continente così rischierebbe di scomparire,
precipitando nel baratro della futilità politica a causa della "incertezza circa il
proprio passato", a causa di "una democrazia importata" fatta di
"formule fumose e
divisioni interne"; quando non c'è impegno che non sia lotta, schieramento, rischio,
scontro.
Insomma, il buon Galli della Loggia, è un Talibano al contrario,
pronto all'autodistruzione in omaggio della propria insuperabile ragione, della fede
anglo-americana che oggi si chiama SPECIAL RELATIONSHIP.
Interrogato sulla sua disponibilità a sacrificare la vita
sull'altare delle proprie idee, il britannico Bertrand Russell negò decisamente perché,
diceva, potrebbero essere sbagliate. Lo spirito critico è così: prudente.
È proprio grazie al suo razionalismo critico che invece l'Europa
oggi sta assolvendo alla sua dimensione di soggetto politico internazionale, schierato ma
non assimilato. Dentro il fuoco delle pistole si possono vedere soltanto le pallottole;
che sono importanti, beninteso, se colpiscono il nemico.
Tuttavia, per vincere una guerra, la forza non basta. In un
conflitto bellico bisogna avere il controllo dei protagonisti diretti, naturalmente, ma
più di ogni altra cosa bisogna avere egemonia sui protagonisti indiretti e sui non
protagonisti mediati.
Tutta la strategia americana è stata indirizzata a questa duplice
azione: il bastone ai leader, la carota ai popoli. Gli aerei anglo-americani hanno
scaricato bombe e moltissimi medicinali e viveri. Nel mentre si sana l'offesa con la
frusta degli eserciti, si cambia la struttura della relazioni internazionali con una nuova
legittimazione palestinese.
All'Europa tocca questa opera di civiltà umanitaria nei confronti
dei popoli martoriati dai loro governi dispotici e dai bombardamenti inevitabili. Agli
anglo-americani, che parlano la stessa lingua e si capiscono meglio in un territorio
impervio, spetta di perseguire i criminali.
In realtà perde il suo status di soggetto politico chi non sa sostenere il suo ruolo,
nell'ambito di una precisa strategia. Lo zelo eccessivo disarticola e ti rende goffo o
pericoloso. Il nostro ruolo è di evitare che nel mondo si realizzi un nuovo bipolarismo,
con le nazioni islamiche al
posto di quelle comuniste.
Alla fine della guerra gli anglo-americani presumibilmente
risulteranno vincitori, ma parziali. L'Europa potrebbe diventare l'unica realtà politica
globale, in grado di ascoltare la molteplicità delle voci e di indirizzarle verso
omogenee politiche di sviluppo e verso una democrazia plurale, che è appunto la sua vera,
impareggiabile, connotazione. Vi riuscirà proprio nella misura in cui saprà essere
schierata senza essere assimilata. E forse anche questa articolazione bisogna attenuare,
perché rischia di scorporare la Gran
Bretagna dal suo continente.
Siamo di nuovo alla politica delle nazioni, è vero. Ma proprio
per questo non possiamo restare più alla politica delle appartenenze; proprio per questo
la sconfitta della criminalità terroristica o militare, passa attraverso la emancipazione
degli individui e la espansione della
democrazia.
Il boato di tecnologia e di umanità dell'11 settembre ci ha
insegnato, almeno, che la riduzione della democrazia è una minaccia per la democrazia;
che dovrebbe essere l'unica cosa globale. e non lo è.

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