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Le monografie della Mailing List
Pubblicata giovedì 15 febbraio 2001

Un argomento impegnativo e preoccupante da cui non ci si può sottrarre e su cui riflettere per la sua  pressante attualità illustrato con competenza esaustiva da Barbara Faedda. 

Le biotecnologie ci pongono di fronte alla nostra coscienza di uomini moderni tormentati dai dubbi  del progresso scentifico coniugato con una morale che necessariamente deve essere nuova e diversa.

Attendo contributi di idee !

Cordialità

Francesco Erasmi

www.erasmi.it

Biotecnologie, corpo, maternità e famiglia di Barbara Faedda[1]

 Le nuove tecnologie della vita hanno introdotto numerosi e notevoli cambiamenti, soprattutto nei rapporti tra la persona e il corpo, tra l’individuo e l’istituzione familiare, tra la famiglia e la scienza.

Si è modificato il senso del tempo e della vita, si è acquisito un maggior controllo sul patrimonio genetico, sugli eventi riproduttivi, si è raggiunto in definitiva un notevole “potere” di creazione, anche della struttura familiare. Se una famiglia non si può formare attraverso “tradizionali” vie procreative, vengono a dare una mano la tecnologia e la scienza: attraverso complicate e delicatissime operazioni di laboratorio e di chirurgia si lavora affinché sia “prodotto” il tanto atteso evento: la fecondazione.

E’ impossibile per chiunque restare neutrale davanti a siffatte questioni:  tali tematiche effettivamente provocano ed interessano i più profondi sentimenti etici e morali e talvolta la sola razionalità non basta a temperare gli animi. Sessualità, riproduzione, manipolazione genetica: aree, campi d’interesse fin troppo vasti, coinvolgenti e delicati per non condurre inevitabilmente ad una molteplicità di opinioni e teorie non univoche.

L’antropologia, scienza che studia le più varie espressioni culturali dei gruppi umani, non può esimersi dall’affrontare ed approfondire tali questioni nel pieno rispetto della diversità, muovendosi, con estrema elasticità, alla comprensione di atteggiamenti radical-ortodossi e orientamenti laico-pluralisti.

“Molteplicità” è la parola chiave. Riflessioni morali, culturali, mediche, biologiche, religiose, filosofiche in un accesissimo dibattito che coinvolge medici, antropologi, giuristi, psicologi, filosofi, biologi, teologi, sociologi. E la gente cosiddetta comune. M. Mori parla, non a caso, di bioetica come di un “movimento culturale”.

Sono i valori morali il nucleo di questo magma in continuo movimento: essi sono il punto di riferimento ineliminabile. Non esistono individui che non abbiano, nel loro patrimonio culturale, dei valori di riferimento che facciano in modo che essi effettuino specifiche azioni, selezioni e scelte di vita. Valori morali nel senso di norme comportamentali giustificate dalla loro “bontà” o “cattiveria[2]”. Valori interiorizzati dagli individui e che l’antropologia studia da sempre fruendo di un alto grado di relativismo. Spesso tale relativismo si è spinto però troppo avanti: si è verificato così uno strano fenomeno scientifico per cui sono state considerate “normali” quelle opzioni ed azioni che, anche nel loro ambito socio-culturale, erano ritenute comunque casi limite.

Il relativismo morale si è dimostrato così, non di rado, un vero e proprio pericolo: esistono in realtà problemi morali che vengono percepiti come tali in ogni parte del mondo e presso ogni gruppo sociale. La vita e la morte fanno parte di questi: far morire o far nascere un essere umano sono eventi che non vengono vissuti in nessun luogo e da nessun individuo con indifferenza.

Senza dubbio ogni cultura affronta tali questioni in modo peculiare, ma sempre in ogni gruppo sociale si solleva un problema morale. Il relativismo morale ha quindi effettivamente un senso qualora sia accompagnato da una valutazione e da un’analisi delle tematiche che universalmente coinvolgono individui e culture di ogni parte del mondo.

Il nodo di tale dibattito è che le numerose opinioni e teorie risultano, almeno in parte, inconciliabili. Grande è, all’interno della pluralità, l’ambito delle vere e proprie contraddizioni; ad esso infatti corrisponde un’effettiva ed innegabile frammentazione del sentire etico civile.

Di sicuro, l’uninimità si raggiunge nella generale convinzione che sia necessaria una regolamentazione delle attività tecnico-scientifiche, soprattutto al fine di evitare un eccessivo sperimentalismo ed un’esagerata medicalizzazione.

Il relativismo dunque può diventare realmente pericoloso nel momento in cui si fa preludio di una stasi o peggio di una rinuncia decisionale, di una facile quanto mai nociva mancanza di presa di posizione: un relativismo non a caso facile da incontrare laddove le opinioni si fanno fortemente oppositive e distanti. Pericoloso in quanto spesso rappresenta un blocco del dialogo, dello scambio, dell’incontro che portano sempre, inevitabilmente, ad una maggiore presa di coscienza, ad un più “morbido” approccio con le opinioni divergenti, con teorie e stili di vita lontani dai nostri.

Senza dubbio un importante punto del dibattito riguarda il concetto di “qualità della vita”, qualità garantita da standards di benessere sempre più elevati per il maggior numero possibile di persone. Su tale concetto le diverse impostazioni etiche offrono peculiari interpretazioni: chi da una parte sostiene il principio della vita unicamente in quanto “degna”, cioè dotata di criteri minimi di accettabilità psico-fisica, e chi afferma la sacralità e l’inviolabilità della vita umana indipendentemente dalla malattia e dall’handicap. In quest’ultimo caso il concetto forndamentale di riferimento è quello di persona, unità singola ed irripetibile di corpo e spirito, intelligente e libera.

In un’analisi della moderna biotecnologia l’antropologia culturale si pone come studio dell’essere e sull’essere umano. L’antropologia contribuisce senza alcun dubbio all’individuazione e allo studio dei particolari aspetti culturali sottesi agli “eventi” e alle scelte medico-scientifici; questo potrebbe rivelarsi un modo per accorciare quella distanza che, innegabilmente, esiste tra le pratiche legate al progresso scientifico e le esperienze del quotidiano[3], della cosiddetta gente comune.

Tale progresso scientifico-tecnologico ha influito fortemente sull’azione e sulla morale umane. Esso ha dato infatti all’uomo un potere di selezione sempre maggiore: scegliendo o scartando gli embrioni, intervenendo e modificando il DNA, egli ha acquisito una coscienza “onnipotente” di gestione della propria condizione privilegiata. L’uomo è diventato così sempre meno creato e sempre più creatore.

Il corpo umano quindi si fa sempre più strumento di ampie manipolazioni, perdendo il suo, per così dire, predominio culturale. Un corpo che serve all’uomo per sviluppare il suo potere, il suo controllo sulla natura, la sua curiosità scientifica, il suo desiderio di superamento del limite. Già Michel Foucault[4] aveva messo in evidenza le conseguenze distruttive del potere umano sul corpo, ma molti altri studiosi si sono posti, e soprattutto oggi continuano a porsi, il problema del rapporto tra corporeità e gestione del potere.

Nei primi anni novanta le antropologhe statunitensi Nancy Scheper-Hughes e Margaret Lock individuarono il dibattito sulla nuova consapevolezza dei corpi da parte dell’antropologia nell’ambito di una nascente antropologia medica critico-interpretativa[5]. Tale antropologia, come afferma la stessa Scheper-Hughes, “rimane fissa su, intorno, e tra i reali, vissuti, esperienziali corpi che soffrono”; si pone al centro della riflessione il vissuto esistenziale, reale e pratico, del soggetto/corpo.

Attraverso l’analisi dell’antropologia medica critico-interpretativa si delinea la storia del disagio e dell’alienazione espressi attraverso il corpo: malattia e dramma, rabbia e frustrazione. Per quanto riguarda la fecondazione artificiale, la maternità surrogata e simili, il discorso riporta spesso ai sentimenti di rabbia e frustrazione legati al concetto di sterilità.

Gran parte della tradizione, sia occidentale che extra-occidentale, ha per lungo tempo veicolato una concezione negativa della sterilità: nelle società “tradizionali” - sebbene non sia assolutamente considerata positivamente - ad essa si ovvia con una serie di finzioni, così da porre rimedio, quasi sempre, a tale impedimento procreativo. Nelle nostre società la sterilità è fonte oggi forse di maggiore frustrazione, impotenza e senso di sconfitta che in passato. Probabilmente una sconfitta più amara perché non evitata neanche grazie agli enormi progressi scientifici e medici degli ultimi decenni, in una società estremamente tecnologica e “potente”.

Una sterilità che per molto tempo ha visto come unica responsabile la donna, motivo che sicuramente spesso si è aggiunto ad una sua già precaria posizione all’interno della famiglia; una sterilità che sovente ha “segnato”, oltre alla donna stessa, l’intero gruppo di riferimento, cosicché la “vergogna” e il “disonore” hanno colpito, in modo potente, numerosi individui.

La cosiddetta maternità surrogata fa parte di uno dei tanti “rimedi” alla mancata esperienza materna “tradizionale”. Nel febbraio 2000[6] il Tribunale di Roma XI Sezione Civile ha autorizzato il “trasferimento di embrioni crio-conservati ed ottenuti mediante fusione del materiale spermatico dei coniugi”, permettendone l’impianto nell’utero di altra donna (che si offrisse liberamente e gratuitamente) affinché portasse a compimento l’intera gravidanza.

Il termine maternità surrogata[7] si riferisce alla possibilità di “veicolare”, “posizionare” ed “impiantare” l’embrione composto in vitro in un utero diverso dalla donna considerata “committente”.

Il primo caso “registrato” di maternità surrogata risale al febbraio 1984, ma molti sono stati (e sono tuttora) i casi in cui alcune donne hanno portato a termine una gravidanza a favore della propria sorella sterile, ad esempio. Un evento invece piuttosto eclatante, soprattutto dal punto di vista giuridico-sociale, quello riguardante una bambina statunitense dichiarata orfana dalla Corte Suprema di Orange County sebbene avesse “al suo attivo” ben cinque genitori. In questo caso la nascita era avvenuta grazie ad un intricato puzzle di donazioni: donato l’ovulo, donato lo sperma, donato l’utero, e da ultimo, la fecondazione era avvenuta in vitro.

Come spesso accade, è stata proprio la giurisprudenza - il diritto “vivo” - ad incitare il dibattito sulla questione della maternità surrogata. I genitori “committenti”, un mese prima della nascita, si separarono ed il marito decise di negare anche gli alimenti per la piccola. Egli si fece forte del fatto che non l’aveva né concepita, né adottata, né riconosciuta; la moglie si basò sul fatto che il marito aveva però firmato il contratto per la gestazione “per conto-terzi”. Il giudice, intervenendo infine nella intricata questione, decise di eliminare il problema filiazione e relativo “mantenimento” optando per il riconoscimento della bambina come orfana.

Dei cinque adulti che avevano concorso alla venuta al mondo della bambina, alla fine, neanche uno veniva riconosciuto dalla giustizia come “genitore”. La scienza dell’uomo è riuscita quindi a dare ben 5 genitori virtuali alla bambina, ma in realtà (la giustizia) non è riuscita a garantirgliene neanche uno.

L’uomo controlla, influenza, modifica la natura ma sembra a volte rimanere totalmente spaesato davanti alla potenza delle sue azioni. Il potere sul corpo può provocare gravi danni, e la forza del diritto può talvolta non risolvere grandi questioni.

La gravidanza e la maternità, eventi “forti” della vita femminile e sociale in genere, vengono in questi casi, come quello su citato, assolutamente schiacciati dagli eventi economici (il contratto di prestito di affitto d’utero; il divorzio ed il mantenimento del minore), giuridici (tribunali e sentenze), tecnologico-scientifici (provette; trasferimenti in laboratori di ovociti e semi).

Da tempo la medicalizzazione ha coinvolto l’intero ciclo riproduttivo; ma ciò a cui si assiste in questo momento va oltre la semplice medicalizzazione. Lo stesso, tradizionale, concetto di “attesa” che ha sempre fatto parte dell’evento “maternità” si carica, nei casi di fecondazione artificiale, di una tensione, di uno stress e di una “nevrosi” quasi patologiche. All’intervento continuativo dei medici, all’impatto cadenzato con i macchinari ecografici, con le siringhe per i continui prelievi, si aggiunge un sovrastante, ricorrente e spesso misterioso rapporto con la provetta ed il microscopio.

Attraverso il corpo passa il potere della scienza e della tecnologia.

Barbara Faedda

[1] Un particolare ringraziamento al Dottor Giampaolo Delicato per aver gentilmente contribuito alla ricerca delle fonti.

[2] Seymour-Smith C., Dizionario di Antropologia, Sansoni, 1991.

[3] AA.VV., Itinerari bioetici, a cura di M. Callari Galli, La Nuova Italia Editrice, 1994.

[4] Foucault M., La volontà di sapere. Storia della sessualità 1, Feltrinelli, 1978.

[5] Scheper-Hughes N., Il sapere incorporato: pensare con il corpo attraverso un’antropologia medica critica, in L’Antropologia culturale oggi, a cura di R. Borofsky, Meltemi, 2000

[6] Albertacci G., Vetrugno G., Sacchini D., La maternità surrogata. Riflessioni medico-legali in tema di tutela dell’embrione, del nascituro, delle “due madri” e della dignità della persona umana, in Medicina e Morale, Rivista internazionale bimestrale di Bioetica, Deontologia e Morale Medica, Centro di Bioetica – Università Cattolica del Sacro Cuore – Facoltà di Medicina e Chirurgia “Agostino Gemelli” – Roma, n. 2000/2.

[7] Il termine maternità sostitutiva si riferisce invece al caso in cui una donna offre il proprio utero per una gestazione ricevendo però un embrione che le è totalmente estraneo. La madre surrogata offre in realtà anche il proprio ovulo, oltre all’utero.

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